Introduzione
C’era una volta la Regia Televisiva. I grandi varietà, i grandi sceneggiati, i reportage e i programmi di approfondimento culturale e sociale degli albori della nostra Televisione non erano associati solo ai nomi di famosi personaggi dello spettacolo, dell’arte e dell’informazione come Mina, Walter Chiari, Raffaella Carrà, Corrado, Mike Buongiorno, Pippo Baudo, Delia Scala, Vianello-Mondaini-Tognazzi, Il Quartetto Cetra, Sergio Zavoli, Enzo Biagi, etc... ma anche a nomi come Terzoli, Vaime, Jurgens, Amurri, Verde, per citare solo alcuni dei grandi autori indimenticabili e, infine, a nomi quali Romolo Siena, Enzo Trapani, Antonello Falqui, Anton Giulio Majano, Ugo Gregoretti e molti altri, registi che hanno dato un’impronta e uno stile personali contribuendo al successo di tanti programmi.
Ma oggi ha ancora senso parlare di regia televisiva? Chi si ricorda il nome dei registi di “SuperQuark”, del “Festival di Sanremo”, di “Unomattina”, di “Porta a Porta”, di “Paperissima”, di “Report”, solo per citare alcuni dei programmi televisivi più seguiti? Oggi la TV è ostaggio di quiz e di talk show, di format acquistati prevalentemente negli Stati Uniti, ridisegnati solo leggermente e adattati al nostro pubblico nazionale. Regista e autori TV contano poco, da personaggi creativi sono diventati meri tecnici, esecutori. E tuttavia, gli stili, seppur nell’anonimato, esistono ancora e soprattutto, esistono le regole. Ogni tipologia di programma televisivo vuole le sue regole di base, regole che determinano il linguaggio proprio della comunicazione relativa a quel tipo di programma. La regia di un talk show sarà diversa da quella di un varietà o di un programma sportivo etc... Analizzeremo in questo articolo alcune trasmissioni del genere talk show, come detto, il genere più diffuso nella televisione odierna.
Le origini
Talk show significa, letteralmente, “spettacolo della parola”. La parola è l’attore principale. La parola di chi? Di tutti: persone comuni, VIP, politici, tutti. E le parole veicolano informazioni, storie, emozioni, sentimenti.
Il talk show nasce in USA negli anni ’50, quando alcuni dei conduttori radiofonici più famosi, migrarono verso la televisione. David Letterman, Jay Leno, Oprah Winfrey hanno legato i loro nomi ai talk show più famosi e seguiti negli Stati Uniti d’America, mentre in Italia vengono subito in mente il “Maurizio Costanzo Show”, “Tappeto Volante” di Luciano Rispoli, “Harem” di Catherine Spaak. Si deve a Maurizio Costanzo, in effetti, la responsabilità di aver portato nella nostra TV questo tipo di programma alla fine degli anni ’70, “Bontà Loro”, “Acquario”. Nel tempo, la formula classica del talk show si è, diciamo così, evoluta, inglobando contaminazioni da altre tipologie di programmi (musicali, teatrali). A seconda dei temi si possono configurare talk show politici, sociali, di sport, religione e di costume. Ci sono talk show che si occupano prevalentemente di un solo tema, altri che spaziano fra tanti. Il successo di questo tipo di programma è dovuto al fatto che stimola la curiosità del telespettatore riguardo alla vita privata di persone conosciute (spesso messe a nudo più o meno simpaticamente dal conduttore) ma soprattutto alla curiosità morbosa per fatti di vita drammatici o lieti accaduti a persone comuni, in cui ci si riconosce e che si sentono vicine.
Di per sé, come vedremo, le regole basilari di regia di un talk show sono semplici e seguite abbastanza fedelmente da tutti i registi che ci lavorano anche se questi programmi sono molto diversi tra loro. Tuttavia, c’è spazio per la personalizzazione.
Caratteristiche generali
1. Il set. Il talk show è un programma “da studio”. Lo studio televisivo in cui si ambienta un talk show richiama prevalentemente il salotto di casa nostra. Spesso ci sono poltroncine o divani, su cui siedono gli ospiti. Le persone sono disposte vicine, fianco a fianco o di fronte, come se fossero al tavolo della cucina, un ambiente familiare, non formale. La scenografia può essere in stile tecno, moderna, luci e colori freddi, con la presenza di vidiwall o barchi, schermi video in cui sono rappresentate immagini relative al tema trattato o semplicemente sfondi mobili, per dare profondità e movimento, oppure classica, calda, con tappeti e mobili di legno.
2. Il padrone di casa. Il ruolo del conduttore, la sua personalità, sono fondamentali. E’ lui che dà il ritmo, che dà i tempi, che conduce la narrazione, che stimola la risposta del pubblico, che incalza l’ospite, lo rassicura o lo pungola.
3. L’ospite. Può essere uno, possono essere molti insieme, in ogni caso rappresenta l’anima del talk show.
4. Il pubblico. Una tendenza moderna è quella di ospitare un pubblico in studio. Spesso è solo di rappresentanza, ascolta ma non partecipa. A volte, come nel “Maurizio Costanzo Show”, interviene. A volte, in mezzo al pubblico sono posti degli ospiti marginali che debitamente sollecitati, a un certo punto della trasmissione, intervengono (“Porta a Porta”, “L’Infedele”, “Anno Zero”...). La presenza del pubblico avvicina il telespettatore alla trasmissione, i piani d’ascolto che la regia, di tanto in tanto, mostra, fanno sentire il telespettatore a casa più partecipe, quasi presente in studio.
5. L’effetto “diretta”. Quasi tutti i talk show sono registrati ma la riduzione all’osso di effetti di editing preserva una resa realistica di diretta che sottolinea la spontaneità dell’evento al quale si sta assistendo. Il regista televisivo che opera in studio, nel momento in cui incomincia la registrazione (o la diretta) del programma sarà concentrato sull’assecondare il ritmo degli eventi che si stanno svolgendo, e con le sue indicazioni al tecnico del mixer video (che “stacca” le camere praticamente) effettuerà un vero e proprio montaggio in tempo reale.
La madre di tutte le trasmissioni talk show italiane è il “Maurizio Costanzo Show”, regia di Paolo Pietrangeli, che ancora oggi, a periodi (dal lontano 1983), va in onda sulle reti Mediaset, ed è rimasto fondamentalmente immutato nel tempo. Il programma è registrato in un teatro. La struttura è corale, c’è un palcoscenico in cui prendono posto frontalmente rispetto alla platea, gli ospiti della serata, seduti su poltroncine e il conduttore si muove dietro o di fianco a loro, raggiungendoli di volta in volta, per dare singolarmente più spazio alla loro storia ma sono graditi gli interventi di tutti gli ospiti in ogni momento. Ci sono due telecamere ai lati estremi del teatro che inquadrano i primi piani o i campi stretti degli ospiti della parte opposta del palco, una telecamera centrale in platea per i totali, una camera a spalla che offre delle inquadrature “speciali”, più coreografiche, più immediate sia degli ospiti che del pubblico. Gli stacchi sono eseguiti con tempismo: si inquadra chi parla, si segue “l’azione”, difficilmente si stacca su piani d’ascolto degli ospiti, più spesso si rilevano le espressioni del pubblico in sala che assiste e che può anche intervenire. Tutti ricordiamo alcuni siparietti divertenti di Costanzo, quando, nel bel mezzo dell’intervento di uno dei sui ospiti, si rivolge verso la platea e segnala qualcuno che si sta spostando, offrendolo al pubblico ludibrio. In questo caso, il regista è pronto a lasciare colui che stava parlando sul palcoscenico e a inquadrare fra il pubblico la persona indicata da Costanzo. Questo perché il telespettatore deve poter seguire tutto quello che succede. Se si rende conto che sta succedendo qualcosa, che qualcuno parla, se c’è un rumore etc… e la regia non glielo fa vedere, avverte un fastidio. Questa è una regola molto importante e in fase di approntamento dello studio, di concertazione della scaletta della puntata, la regia dovrà piazzare le camere in modo tale da poterle indirizzare prontamente su vari eventi che si potrebbero susseguire.
Un altro talk show famoso di RaiUno, è “Porta a Porta”, regia di Marco Aleotti. Il programma spazia tra vari temi, dalla politica al costume. Il set è uno studio televisivo con la presenza di pubblico che può anche intervenire se sollecitato (di solito questi interventi si concordano prima di iniziare la registrazione). Anche qui c’è un conduttore al centro dello studio e su due ali di poltroncine si accomodano gli ospiti della puntata. In genere, un paio li troviamo già seduti all’inizio del programma, all’ingresso del conduttore, gli altri entrano man mano da una porta costruita nella scenografia durante il progredire della trasmissione. Come se nel salotto di casa, quei salotti culturali per cui tante donne dell’aristocrazia italiana e internazionale sono divenute famose, fosse aperto a varia umanità che interagisce, scambia pareri, opinioni, esperienze.
Dicevamo che questi programmi citati sono corali, così come “Matrix” (Canale 5), “L’Infedele” (La7), “Anno Zero” (RaiDue), ci sono più ospiti presenti in studio contemporaneamente e l’attenzione dello spettatore va prevalentemente sul tema più che sull’intimo delle singole esperienze vissute, si rimbalza da un racconto all’altro, da una opinione all’altra, si assiste a contraddittori, accesi dibattiti, botte e risposte. Il contrario succede in altri talk show, dove l’attenzione è concentrata su un ospite per volta, sulla sua storia.
Prendiamo, ad esempio, in considerazione un talk show come “Che Tempo Che Fa”, in onda su RaiTre il sabato e la domenica, un pre-serale, condotto da Fabio Fazio per la regia di Duccio Forzano. La struttura portante di questo programma è l’intervista 1:1, cioè il conduttore si rapporta con un ospite alla volta, anche se nel corso della trasmissione se ne succedono diversi. Lo studio televisivo presenta una scenografia quasi a 360 gradi, come tutti gli studi televisivi odierni, e questo permette di dare varietà a seconda dei diversi momenti della scaletta (le contaminazioni che citavamo all’inizio dell’articolo): c’è un fronte “palcoscenico” in cui si esibiscono complessi musicali, c’è un fronte “pubblico” in cui si ospita un attore comico o un co-conduttore che recensisce libri e poi c’è il fronte “interviste” in cui il conduttore principale si intrattiene per circa 20 minuti con uno degli ospiti principali della puntata. Abbiamo estratto un minuto da una puntata di qualche settimana fa. Sullo spezzone abbiamo aggiunto una semplice grafica che evidenzia il numero delle inquadrature e la durata di ognuna.
La grammatica dell’inquadratura
Campi medi e primi piani sono le costanti di impostazione di ripresa di un talk show, insieme a i primissimi piani e ai dettagli che il regista utilizza per creare un legame più intimo con un ospite, a seconda del momento.
Analizzando questo minuto rileviamo prevalentemente inquadrature di primi piani non molto stretti, fissi, dell’ospite che parla e del conduttore che interviene e fa le domande. Si prende respiro con dei totali, spesso in carrellata, solo quando scatta l’applauso del pubblico. Le telecamere sono posizionate classicamente: una centrale per il totale-a-due e per i dettagli di oggetti che possono avere in mano conduttore e ospite (come libri o CD e DVD da presentare); una sull’ospite, una sul conduttore, poi c’è una camera mobile posizionata in alto, sul tetto dello studio, telecomandata, che mostra dei grandi totali dello studio al completo e un’altra camera su carrello per panoramiche.
In questo caso, dopo la presentazione dell’ospite da parte della co-conduttrice, la regia lancia un filmato di introduzione, alla fine del quale passa con una dissolvenza lenta sulla camera posta sul tetto dello studio [01], in corrispondenza della pedana su cui sono seduti il conduttore e l’ospite, pedana i cui lati sono formati da barchi, monitor video che trasmettono immagini. L’inquadratura stringe lentamente a raccogliere le due figure. Poi si stacca su un totale in carrellata [02]. Incomincia l’intervista e gli stacchi sono ora prevalentemente sui primi piani di ospite e intervistato [03] e [04], si dà importanza a quello che dicono e si mostra il dettaglio del DVD che il conduttore cita [05]. Non ci sono praticamente piani d’ascolto, ma il ritmo degli stacchi è veloce, (benché il passaggio da una camera all’altra sia ottenuto con una “dissolvenza invisibile”, di pochi frames, cosa che personalmente non condivido ma che è di moda, oggigiorno) perché il conduttore fa domande brevi e anche le risposte in genere sono brevi. Alla battuta divertente scatta l’applauso del pubblico e quindi si prende respiro con uno stacco su una camera che presenta un totale e che carrella in panoramica [01], [02] e [12].
A volte una camera può inquadrare il pubblico che applaude con una inquadratura frontale o di quinta/spalle, a mostrare in fondo lo studio con il conduttore e l’ospite. Notiamo che in genere è rispettata “l’aria” sull’inquadratura dell’ospite, lo spazio in direzione del suo sguardo (verso il conduttore) è maggiore. Il conduttore, invece, è spesso tenuto al centro dell’inquadratura, perché capita che si volti verso il pubblico di fronte a lui per coinvolgerlo nel racconto (coinvolgerlo nel senso che gli dimostra di essere conscio che è presente).
Diciamo, quindi, che la regia di questo programma è abbastanza classica, semplice ed essenziale e rispetta le regole di base per un talk show. Si sceglie di comunicare con intimità, di entrare dentro la storia e le emozioni degli ospiti invitati, si tengono inquadrature strette sui personaggi e solo di tanto in tanto si stacca su dei totali, più o meno ampi, per ricordare allo spettatore che si è in uno studio televisivo, riconoscibile da quella particolare scenografia. Il ritmo è serrato, anche perché il conduttore guida l’intervista in modo ritmato, veloce, proponendo domande brevi, interrompendo con considerazioni quando sente che la risposta sta andando troppo per le lunghe, cercando di sollecitare il pubblico alla classica risposta dell’applauso con battute divertenti che alleggeriscono l’atmosfera. Si immagina che il target a cui si rivolge questa trasmissione sia prevalentemente un pubblico giovanile, abituato a ritmi visivi veloci, cresciuto guardando gli spot pubblicitari.
Queste regole di sequenzialità narrativa sono seguite anche da un altro talk show, “Le Invasioni Barbariche”, in onda su La7, condotto da Daria Bignardi, regia di Fabio Calvi. Anche questo programma dà la preferenza all’intervista 1:1 e nello studio c’è una postazione all’uopo, un tavolo che ospita di fronte conduttrice e ospite. Qui le rispettive telecamere che inquadrano l’una e l’altro sono prevalentemente in movimento, su carrello, piani stretti, dimensione intima. Ci sono, poi, dei momenti del programma (che va in onda in prima serata) in cui si ospitano contemporaneamente più persone e per questo ci si sposta in un’altra parte dello studio. La conduttrice rimane in piedi al centro e su sedie poste alla sua destra e alla sua sinistra prendono posto gli ospiti, come succede anche, per esempio, nello studio di “Porta a Porta”. Abbiamo estrapolato da una puntata uno spezzone significativo di un momento relativo ad una intervista 1:1 (anche se gli ospiti sono due, ma la consideriamo una unica entità) per farvi vedere le differenze stilistiche rispetto al programma che abbiamo citato prima, “Che Tempo Che Fa”.
Lo stile è più “cinematografico”. I primi piani sono sempre ripresi da camere in movimento, che carrellano o verso destra o verso sinistra. Anche i totali e campi medi sono in carrellata, tranne uno fisso, centrale, staccato pochissime volte. Il ritmo degli stacchi è molto veloce, più veloce di “Che Tempo Che Fa”, quasi frenetico, a volte (ci sono inquadrature che durano poco più di 1 secondo). Anche qui la dimensione è intima, gli ospiti sono ripresi quasi sempre in primo piano abbastanza stretto. Si presuppone che il target di riferimento preferenziale sia un pubblico giovane e questo ritmo veloce vuole catturare l’attenzione del telespettatore senza mai stancarlo e farlo annoiare, di modo che non cambi canale, intento ricercatissimo da tutte le emittenti, soprattutto per i programmi di prima serata.
Poniamo l’accento sul ritmo perché è un elemento fondamentale della regia televisiva. Il ritmo degli stacchi, oltre al tipo di inquadratura che si sceglie di mostrare in un determinato momento, deve essere funzionale all’azione che si sta mostrando, funzionale al tipo di argomento che si sta trattando, a prescindere dalla collocazione oraria del programma.
“Le Invasioni Barbariche” va in onda in prima serata ed ha un ritmo velocissimo, vuole catturare l’attenzione del telespettatore, i temi, vari, sono trattati in modo moderatamente approfondito, con leggerezza, anche quando si affrontano argomenti più seri.
Diversamente succede in un altro programma di prima serata, un talk show a tema quasi esclusivamente politico-sociale: “Anno Zero” di RaiDue. Il programma è corale, più ospiti insieme che discutono e sono interpellati, di volta in volta, dal conduttore. Si inizia con un editoriale, un’ introduzione all’argomento della puntata da parte di un giornalista ospite “fisso” del cast, poi parte la sigla che è costituita da un filmato che lancia temi/provocazioni che saranno sviluppati nel corso della trasmissione, filmato su cui vanno i titoli di testa. Qui la grammatica è seguita ma il ritmo è molto più blando. Abbiamo preso in considerazione un momento iniziale della trasmissione, i primi 3 minuti e mezzo dopo la sigla di testa.
Dopo il filmato/sigla la prima inquadratura è su un totale fisso dello studio, in questo caso proveniente da una camera piazzata in alto. Da una situazione quasi di buio, la scena si illumina gradatamente e sugli schermi della scenografia compare una scritta con l’argomento della puntata. Il conduttore presenta subito la prima ospite (vediamo prontamente il suo piano d’ascolto [04]) invitandola ad intervenire facendole una prima domanda. Le inquadrature che riprendono sia conduttore sia ospite che parlano durano parecchi secondi. Sono entrambi primi piani ma quello del conduttore è più largo, quasi un mezzo busto.
Le inquadrature a mezzo busto o a figura intera di una persona creano nello spettatore un distacco naturale, si ascolta solo quello che dice, non si colgono bene le espressioni del volto, quindi le sue parole assumono un carattere di ufficialità. Inoltre, in questo caso il conduttore sta in piedi e anche se non va in giro per lo studio potrebbe aggiustare la sua posizione mentre parla, quindi tenere una inquadratura troppo stretta costringerebbe l’operatore alla telecamera ad operare aggiustamenti, col risultato di un fastidioso movimento continuo che potrebbe distrarre il telespettatore dalle parole del conduttore. La ospite, invece, è seduta, più stabile. Inoltre, andando più vicino al volto della ospite entriamo nel vivo del suo discorso, le diamo più importanza, vediamo le minime espressioni del viso, entriamo in intimità con lei, quasi come in una conversazione personale. In questa prima fase dell’intervento della prima ospite l’attenzione è rivolta verso di lei, a quello che dice, la sequenza, oltre al suo primo piano, presenta solo un campo medio dello studio [07], un totale [12] e due piani d’ascolto del conduttore [09] e [11].
Verso la fine dell’intervento della prima ospite si stacca su un totale dello studio, poi sul primo piano del conduttore che invita il secondo ospite nella discussione. In tre minuti e mezzo, circa, abbiamo visto 15 stacchi.
Nel brano che vi abbiamo mostrato da “Le Invasioni Barbariche”, in poco più di un minuto abbiamo visto 26 stacchi, quindi nella metà del tempo, il doppio di inquadrature.
La regia di “Anno Zero” sceglie ritmi lenti perché il pubblico di questa trasmissione non ha bisogno di essere catturato, ha scelto esso stesso di guardare il programma, è un pubblico “fidelizzato”, è motivato dall’ascolto del tema, vuole sentire le opinioni degli ospiti e non vuole essere distratto da inquadrature che lascino continuamente chi sta parlando per mostrare parti di studio, o piani d’ascolto.
Stessa cosa succede in un altro talk show, questa volta pomeridiano, “Ricomincio Da Qui”, condotto da Alda D’Eusanio per la regia di Claudia Mencarelli. Gli ospiti del programma sono persone comuni, che raccontano storie spesso drammatiche. Vi riportiamo una sequenza di frames da un brano della durata di 3 minuti e 35 secondi tratta da una recente puntata in cui una madre raccontava della morte del figlioletto durante una partita di calcio.
I primi piani della madre sono stretti, quelli della conduttrice che ogni tanto interviene sono più larghi. Quando la regia stacca sui totali vediamo nello schermo della scenografia alternarsi delle foto del bambino di cui si sta raccontando la storia. Una volta viene mostrato un piano d’ascolto del pubblico, in questo caso sono gli esperti [08] che, dopo il racconto, interverranno per dire la loro. Si rimane sulla madre che sta raccontando la drammatica storia e, man mano che si entra nelle parti più dolorose, si resta per più tempo sul suo primo piano.
15 inquadrature in 3 minuti e 35 secondi, quasi il ritmo di “Anno Zero”, poiché l’attenzione deve essere data con più vigore alle tematiche trattate, alle storie raccontate, uso di primissimi piani di lunga durata sull’ospite. Il telespettatore a casa non deve essere distratto da troppe inquadrature che potrebbero spezzare il legame emotivo che si vuole far instaurare tra la persona che sta raccontando una storia e il pubblico che la sta ascoltando.
Musica, scenografia e luci
A volte è presente in sottofondo una musica di accompagnamento durante questo tipo di trasmissioni. Nei programmi che abbiamo esaminato l’abbiamo rilevata solo in “Ricomincio Da Qui”, una musica dolce, che sottolinea la drammaticità delle storie narrate.
Un’altra osservazione la facciamo riguardo alle luci e ai colori dei vari studi. La scenografia e la fotografia sono molto importanti per sottolineare l’atmosfera o la drammaticità, la serietà dei temi trattati. Lo studio di “Ricomincio Da Qui” è rosa e azzurro, a sottolineare atmosfere affettuose e intime, la luce è diffusa; apparentemente simili sono i colori di “Che Tempo Che Fa”, ma c’è una prevalenza di viola, un colore che richiama l’intrigo, che sottende una certa ironia, ironia profusa a piene mani dal conduttore, lo studio è illuminato da luci diffuse e da qualche faretto multicolore diretto verso il pavimento; lo studio di Anno Zero è cupo, prevale il nero, il marrone, colori caldi e seri, a sottolineare al serietà degli argomenti trattati, le luci sono molto contrastate, il pubblico non è illuminato ma solo gli ospiti e il conduttore, facendone risaltare le figure e quindi dando molta importanza alle cose che dicono e alle loro espressioni; lo studio de “Le Invasioni Barbariche” è caldo, prevalgono il beige e il marrone, a creare un’atmosfera familiare e rassicurante, le luci sono anch’esse calde e si abbassano durante le interviste 1:1.
Contributi esterni
Uno o più contributi filmati esterni durante lo svolgimento di un talk show può servire a cambiare argomento e affrontarne un altro, come una sorta di voltapagina, oppure può essere il pretesto di mettere “altra carne al fuoco”, approfondire determinati aspetti del tema che si sta trattando, dar voce ad altre persone che non possono essere presenti in studio, per motivi logistici. Di solito sono servizi della durata variabile (da 2 a 10 minuti, anche) dal taglio giornalistico-reportage. E’ rischioso confezionarli di durate troppo lunghe perché si potrebbe creare un effetto di distrazione nel telespettatore e spezzare il ritmo della discussione/narrazione dello studio.
Conclusioni
Il talk Show, insieme ai reality, è forse il tipo di programma più diffuso e anche apprezzato dal pubblico televisivo odierno. La regia di questo tipo di programma deve essere “invisibile”. La personalità del regista non deve prevalere sull’argomento e sulle tematiche affrontate. Ritengo che, complessivamente, la regia di questi programmi, su tutte le reti in cui è possibile guardarli, sia ben fatta. Una cosa che non mi piace e che trovo inutile e sbagliata, grammaticalmente, sono le dissolvenze, brevissime, utilizzate per passare da un primo piano all’altro durante un momento di racconto di una storia: l’azione che si svolge in studio ha una continuità di luogo e tempo e l’intento di “ammorbidire” gli stacchi da una inquadratura all’altra, a mio avviso, deriva, oltre che da una “moda”, da insicurezza da parte del regista, da una scarsa fiducia nella capacità di concentrazione degli operatori di ripresa e della prontezza del tecnico al mixer video. Insomma, se stacco durante un movimento “brutto”, con la dissolvenza limito il danno. Un’altra cosa che non mi piace è riempire la scenografia dello studio di schermi, in tutti gli angoli e posizioni, inquadrandoli mentre scorrono immagini insieme all’ospite che parla: lo trovo un tentativo di movimentare la scena che dà come resa solo confusione e distrae il telespettatore dal seguire il discorso.