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Slevin - Patto Criminale |
| di roybatty | |
| lunedì 20 novembre 2006 | |
![]() Chiunque non abbia visto il film e desideri farlo è sconsigliato di proseguire nella lettura di questo articolo. Per sviscerare le particolarità di questa sceneggiatura dovrò gioco forza svelare la trama. ![]() Questa la sinossi del film di Paul McGuigan scritto da Jason Smilovic (si tratta della sua prima sceneggiatura). Inizio con dare un giudizio personale: era da I Soliti Sospetti che non vedevo un thriller così ben scritto. Un puzzle in cui tutti i pezzi alla fine andranno al loro posto. ![]() Il Protagonista deve generare empatia nello spettatore. Empatico vuol dire “con me”, lo spettatore per essere agganciato dal protagonista, deve fare il tifo per lui, appassionarsi alle sue vicende come se fossero le proprie. Lo spettatore è naturalmente portato a cercare in un film quello che Mckee definisce il fulcro del bene. Ciascuno di noi in cuor suo crede di essere una persona “giusta” e tenderà a riconoscersi nel film in un personaggio che in qualche modo rappresenti una sua proiezione sullo schermo. Questo non vuol dire che l’empatia sia un sentimento riscontrabile solo nei confronti di personaggi positivi. Non bisogna in nessun caso confondere tra empatia e gradevolezza. La storia del cinema è piena di personaggi socialmente discutibili ma incredibilmente empatici. Pensiamo al Padrino, Michel (Al Pacino) è un gangster, e fa cose da gangster. Eppure lo spettatore è portato ad empatizzare con lui, perché? Perché all’interno del mondo del film, quello della mafia, la famiglia Corleone si distingue per un forte senso dell’onore e della lealtà. Lo spettatore trova in questo valore il suo fulcro del bene e pensa: ”se fossi un gangster vorrei essere come Michel” e ciò lo porterà ad empatizzare con lui. Per far sì che ciò accada il protagonista, oltre a essere individuato come fulcro del bene, deve avere un desiderio (che può essere di varia natura) e deve dimostrare di fare tutto ciò che è nelle sue possibilità per esaudirlo. Michel vuole mantenere la famiglia al potere e fa di tutto perché ciò accada. Quindi, perché il processo di empatia abbia inizio, lo spettatore deve conoscere le motivazioni che spingono in avanti il personaggio. Deve vedere sullo schermo il momento in cui questi inizia, solitamente in seguito ad un evento che viene definito evento dinamico, a manifestarsi tale desiderio (nell’esempio del Padrino l’attentato a Don Vito Corleone). L’evento dinamico è quel particolare punto della storia in cui la vita del protagonista cambia, in meglio o in peggio, e da cui tutta la trama si dipana: ora è Michel che deve pensare al futuro della famiglia.
![]() Il killer ha un suo piano, è evidente che sta facendo il doppio gioco. E sembra che per metterlo in opera abbia bisogno di un’esca, un certo Nick, giocatore sul libro paga di entrambi i boss. Sfortunatamente nell’appartamento dove gli sgherri, prima di uno poi dell’altro Gangster, vanno a cercare Nick trovano Slevin (Josh Hartnett), un suo amico, che era andato lì a trovarlo. Nessuno dei due boss gli crede, ciascuno reclama il suo debito, che naturalmente il ragazzo non può pagare. Gli viene chiesto di uccidere per avere salva la vita.
![]() Per più di due terzi del film siamo portati ad empatizzare con questo inerme ragazzo che sembra non avere colpe. In realtà l’empatia in questo caso non funziona un gran che, il ragazzo sembra poco propenso a togliersi d’impaccio, o meglio lo fa con scarsa convinzione. Sembra incapace di mostrarsi emotivamente coinvolto in qualsiasi cosa, anche se si tratta della sua stessa sopravvivenza. Ciò non di meno Slevin è messo così male, travolto dagli eventi, che siamo comunque portati a sperare che in qualche modo se la cavi.
![]() Smilovic si è preso il lusso di raccontarci come ci avrebbe beffati, nel momento stesso in cui lo faceva. Lo sceneggiatore ha fatto al suo pubblico una stupenda Mossa Kansas City.
Per riuscivi però ha dovuto infrangere una regola. Per tre quarti del film abbiamo empatizzato (debolmente a dire il vero) con l’uomo giusto ma per i motivi sbagliati. Solo quando abbiamo capito la natura della sua azione, le motivazioni che lo conducevano a svolgerla, mentre legavamo un Taeser di cui ci eravamo quasi dimenticati, tanto era lontano nel tempo, con un finale scoppiettante e pieno di pathos, solo allora abbiamo veramente amato quel ragazzo godendo della sua vendetta. ![]() Nonostante la macchinosità dell’ordito in Slevin – patto criminale – tutto torna. Il film è seminato di continuo con particolari (l’abilità di lanciatore del bambino, l’orologio, ecc.) che si ritroveranno e si giustificheranno a vicenda senza lasciare adito a dubbi di sorta. Slevin è la conferma che le regole sono fatte per essere infrante, se le si conosce e se è chiaro dove ciò ci condurrà e perché lo facciamo. La trama intricata sorregge e pone in secondo piano la scarsa empatia che proviamo per un personaggio così poco motivato. Ma sarà proprio la venuta alla luce delle vere motivazioni del protagonista a dare la svolta, decisiva e inaspettata, all’ordito; e a donare vero spessore a questo personaggio, aumentando a dismisura la nostra empatia nei suoi confronti. L’alchimia è complessa, una trama troppo debole accoppiata ad un personaggio così poco motivato ci avrebbe allontanati definitivamente dal film. D’altro canto, se la vera motivazione di Slevin fossero state canonicamente rese note sin dal principio non ci troveremmo di fronte ad “un caso da studiare”. Monsieur Smilovic conosceva i rischi e ha accettato la sfida, vincendola. Che dire, chapeau!
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