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Introduzione
L’immagine in movimento è linguaggio e, come ogni linguaggio, ha le sue regole. Essenziale per ogni montatore è avere la padronanza di questo linguaggio ed essere in grado di “montarlo” e “smontarlo” a proprio piacimento. Per far questo è necessario conoscere e comprendere tutte le sue componenti.
In questo percorso, che ci porterà poco alla volta ad apprendere quelle che sono le “regole grammaticali” del linguaggio cinematografico, partiremo dall’analisi di una delle componenti fondamentali di questo linguaggio: l’inquadratura. Partendo dall’esame delle diverse tipologie di inquadrature arriveremo in seguito a capire come far giocare insieme queste inquadrature, al fine di riuscire a raccontare.
L’inquadratura
Ogni inquadratura è in grado di assolvere, da sola, a molteplici funzioni; essa può, non solo definire un soggetto, ma può anche descriverlo. Il compito del tecnico di montaggio è saper leggere le informazioni contenute in questa inquadratura, al fine di poter combinare queste informazioni in strutture grammaticali complesse: scene e sequenze.
Ogni inquadratura può essere catalogata in relazione alla sua appartenenza a 3 gruppi:
1. Dimensioni del soggetto
2. Angolo di ripresa
3. Movimenti di macchina
Nel percorso che seguirà vedremo come ogni inquadratura, in base alla sua classificazione, sia già di per sé portatrice di precisi significati.
Dimensioni del soggetto
È questo il modo più immediato per catalogare una inquadratura, ovvero la sua dimensione in relazione al quadro.
Vicino o lontano? È questa una scelta fondamentale, poiché la distanza del soggetto influisce direttamente sul modo in cui lo spettatore reagisce all’immagine stessa. Attenzione però a non confondere la distanza reale con la distanza apparente, noi parliamo di dimensione del soggetto rispetto al quadro e non di sua distanza dalla MdP (Macchina da Presa), in quanto le due cose non necessariamente si equivalgono: tra il soggetto ripreso e la MdP c’è sempre una distanza reale “fisica”, questa distanza può però essere falsata, ad esempio, attraverso l’uso di uno zoom.
Nel cinema, così come nella fotografia, per rendere chiara la comprensione e l’uso della distanza apparente, si utilizza una nomenclatura che fa corrispondere ad ogni distanza un nome preciso. La prima distinzione che troviamo in questa terminologia è quella tra Piani e Campi, termini che non sono assolutamente intercambiabili; un piano medio, come vedremo, è cosa ben diversa da un campo medio.

Si tratta dell’inquadratura più stretta che possiamo ottenere, parliamo di particolare nel caso in cui il soggetto ripreso è una persona.

Inquadratura in cui le dimensioni del soggetto superano i confini del quadro. Quando il soggetto è una persona, il ruolo del primissimo piano è spesso quello di creare intensità e partecipazione emotiva. Il primissimo piano, infatti, ci avvicina al soggetto più di quanto accada generalmente in una conversazione “reale”. Nel cinema viene spesso usato per rivelare lo spazio psicologico di un personaggio.

Inquadratura in cui il soggetto riempie il quadro. Nel caso il soggetto sia una persona il primo piano mostra generalmente il viso del soggetto fino a metà collo. Chiaramente ogni parte del corpo umano può essere il soggetto di un primo piano. Il primo piano è una inquadratura “intima”, utilizzata dal cinema per avvicinare il personaggio al pubblico e creare un legame tra il pubblico e la situazione narrata.

Inquadratura leggermente più larga del primo piano, il mezzo primo piano normalmente racchiude l’intera testa, le spalle e la parte superiore del petto. È una inquadratura molto meno intima del primo piano, ma che ci consente ugualmente di vedere nel dettaglio le espressioni facciali, mantenendo però una distanza di cortesia. Permette inoltre di rilevare parte dell’ambiente circostante, cosa che con il primissimo e primo piano è impossibile.

Inquadratura che ritrae il soggetto dalla vita in su. Il piano medio rivela chiaramente l’ambiente in cui è inserito il soggetto. Certamente molto meno intimo del primo piano pone però ancora l’accento sul personaggio e sulla sua emotività

L’inquadratura cattura il soggetto da sopra le ginocchia fino alla testa, generalmente lasciando un po’ di aria sopra ad essa. In questo caso non abbiamo un piano americano canonico, ma il margine inferiore è tagliato leggermente più alto rispetto allo standard. Il personaggio, ancora oggetto principale della composizione, si trova adesso in un ambiente che è chiaramente visibile e riconoscibile, le espressioni facciali più sottili e velate del soggetto non sono più chiaramente riconoscibili.

In questo caso l’inquadratura racchiude il soggetto tutto, piedi compresi. Un soggetto che in questo caso occupa tutto lo sviluppo verticale del quadro. È una inquadratura che bilancia perfettamente personaggio e ambiente. Non a caso è questa l’inquadratura che funge da spartiacque tra Piani e Campi: tutte le inquadrature più strette di questa, in un modo o nell’altro, centrano l’attenzione sul personaggio, quelle più larghe di questa sull’ambiente.
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