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Movimenti di macchina
Passiamo ora a classificare le nostre inquadrature in base ai movimenti di macchina. Si potrebbe obiettare che l’inquadratura non vada presa mai in esame in relazione ai movimenti di macchina, poiché il movimento di macchina è di per sé un qualche cosa che sta “oltre” i limiti del quadro.
È però importante operare questo tipo di classificazione, giacché esso ci permette di introdurre anche un secondo piano di sviluppo nella nostra analisi: non più il singolo quadro, ma gli accordi tra più quadri.
Panoramiche orizzontali e verticali
La ripresa panoramica è quel tipo di ripresa che si realizza attraverso il movimento di una camera che ruota sul proprio asse. Il ruolo di una panoramica è quello di guidare l’attenzione dello spettatore da un punto ad un altro dello spazio. Se non vi è motivo per cui lo sguardo dello spettatore debba essere guidato attraverso lo spazio, allora la panoramica non ha molto senso di esistere. Ricordiamoci sempre, quando effettuiamo una ripresa panoramica, che ogni inquadratura che la compone deve essere fonte di una nuova quantità di informazione.
Carrellate
La carrellata è un tipo di ripresa che comporta uno spostamento fisico della macchina, da un punto A nello spazio ad un punto B. Rispetto al soggetto ripreso la camera può muoversi in qualunque direzione. Se il movimento è relativo ad una ripresa dall’alto si parla di “carrellata aerea”, se quello che viene seguito con la carrellata è lo spostamento di un soggetto (sia esso persona o cosa) si parla di carrellata a seguire. Il valore “aggiunto” della carrellata è quello di condurre lo spettatore ad immergersi completamente nella descrizione, guidando fisicamente il suo sguardo. Si parla a volte di carrellata ottica per indicare la cosiddetta zoomata.
Macchina a mano
Tutti i movimenti di camera possono essere replicati usando la camera a mano. La camera a mano andrebbe usata con parsimonia e solo se il suo uso è giustificato. I movimenti sporchi rendono bene l'idea della concitazione e rivelano la presenza della MdP agli occhi dello spettatore, questo aspetto è da valutare attentamente se decidiamo di servircene.
Prima di proseguire oltre prestiamo attenzione ad un elenco redatto da VO5850 che può aiutarci a comprendere meglio alcune definizioni e alcuni concetti.
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Organizzazione delle inquadrature
Se fino ad ora abbiamo cercato semplicemente di catalogare le inquadrature in base ad alcune loro caratteristiche specifiche, cercheremo adesso di capire come queste inquadrature possono essere organizzate tra di loro per dar vita al racconto filmico. Affronteremo quindi da vicino alcuni principi fondamentali del montaggio.
Abbiamo visto che ogni inquadratura è fonte di una certa quantità di informazioni. Informazioni che dipendono non solo dal soggetto ripreso, ma anche dal modo in cui esso è ripreso; ci resta ora da comprendere come possiamo organizzare queste informazioni al fine di dar vita ad una sequenza.
Per quanto possa sembrare banale e scontato, dobbiamo sempre ricordare che ogni inquadratura successiva alla prima è fonte di nuove informazioni che noi andremo a fornire. Se non vogliamo fornire nuove informazioni rispetto a quelle che già stiamo offrendo, cambiare inquadratura sarà non solo inutile, ma deleterio per l’economia del racconto. Inizieremo a confrontarci con l’organizzazione delle inquadrature partendo da un esempio molto semplice: il dialogo.
Montare un dialogo
Quella del dialogo a due è certamente la forma di dialogo più facile a montarsi. Non esistono regole assolute in montaggio, ma ogni scelta deve essere finalizzata al risultato finale e se per ottenere un dato risultato dobbiamo sovvertire quelle che sono le “regole” comuni, ben venga, sarà però opportuno chiarire alcune norme fondamentali e far luce su alcuni principi di base che è necessario conoscere prima di provare a sovvertire.
Da dove iniziamo?
L’inizio di una scena o di una sequenza è spesso il momento più difficile. Uno dei modi più comuni per dare il via al racconto filmico è certamente quello costituito dalla successione di campo lungo > campo medio > primo piano. Il campo lungo in questo caso ha il compito di introdurre il luogo, lo stacco su un campo medio è ciò che permetterà allo spettatore di avvicinarsi al soggetto e lo stacco sul primo piano è quanto permetterà di entrare “nel vivo” del racconto. Si tratta di uno dei modelli di montaggio più semplici, una sequenza di piani che è spesso utilizzata anche al contrario, al fine di terminare una scena.
Nel caso più semplice possiamo dunque iniziare montare una sequenza di dialogo tra due persone, con una inquadratura che ritragga entrambi i soggetti. Una prima inquadratura, che ci permetterà di stabilire le relazioni fisiche e spaziali tra i soggetti in questione. Può trattarsi di una inquadratura d’ambiente o di un campo lungo, questo non è rilevante, ciò che invece conta è che questa prima inquadratura ci permetta non solo di stabilire lo spazio fisico entro il quale i nostri due soggetti si muovono, ma anche di capire (ancor prima che i soggetti inizino a dialogare) quale tipo di rapporto intercorre tra essi. Solo una volta stabiliti questi due rapporti potremo passare a concentrarci sui singoli soggetti e sui dettagli.
Buona norma è quella di non scegliere un momento “a caso” per passare da questo piano largo ad un primo piano o dettaglio ma, affinché la sequenza di dialogo che andremo a montare risulti efficace, sarà necessario riservare il passaggio al primo piano (o al particolare) ad un momento cardine della scena, in modo tale da focalizzare l’attenzione sullo stato d’animo dei soggetti. A questo punto possiamo proseguire la nostra sequenza scegliendo per tutti i successivi stacchi i momenti più idonei, questo possiamo farlo seguendo le reazioni dei personaggi, si parla in questo caso di inquadrature di reazione.




In questo caso siamo passati ad un quadro più stretto sullo stesso soggetto nel momento preciso di una sua reazione forte al dialogo. È inoltre da osservare come le inquadrature dei due soggetti siano prese rispettivamente una leggermente dall’alto e l’altra leggermente dal basso, questo potrebbe sembrarci sia stato fatto al fine di rispettare la loro “reale” posizione: uno è più in alto dell’altro, naturale dunque che le direzioni di proiezioni siano oblique. In realtà questa è una conclusione non esatta! Conclusione che noi abbiamo tratto solo in conseguenza al gioco di campo/controcampo sapientemente orchestrato per suggerire un gioco di forza tra i due soggetti. Come possiamo infatti verificare dall’inquadratura 1 i due soggetti si trovano in realtà sul medesimo asse orizzontale, se non addirittura l’uomo sul letto è più in alto rispetto all’altro.
Proseguendo in questo gioco di inquadrature di reazione potremmo essere indotti a voler montare ogni nuova inquadratura su una pausa, ovvero all’inizio o alla fine di una frase pronunciata da uno dei nostri 2 soggetti, attenzione! Questa non è una buona scelta perché questo modo di montare porta il montaggio a palesarsi: la tecnica e l’artificio si rivelano in quanto tali e questo in linea di principio non è uno degli obiettivi del montaggio, che deve invece sempre sapersi abilmente “mimetizzare”. Una buona soluzione a questo possibile inghippo è quella di non montare il video esattamente nelle pause audio, ma di trascinare il punto di attacco video leggermente avanti o indietro rispetto al punto di montaggio audio.
Quando il momento cruciale termina allora potremo tornare ad utilizzare piani più larghi e con questi arriveremo a chiudere la sequenza.
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