|
Pagina 4 di 4
Stessa cosa succede in un altro talk show, questa volta pomeridiano, “Ricomincio Da Qui”, condotto da Alda D’Eusanio per la regia di Claudia Mencarelli. Gli ospiti del programma sono persone comuni, che raccontano storie spesso drammatiche. Vi riportiamo una sequenza di frames da un brano della durata di 3 minuti e 35 secondi tratta da una recente puntata in cui una madre raccontava della morte del figlioletto durante una partita di calcio.





I primi piani della madre sono stretti, quelli della conduttrice che ogni tanto interviene sono più larghi. Quando la regia stacca sui totali vediamo nello schermo della scenografia alternarsi delle foto del bambino di cui si sta raccontando la storia. Una volta viene mostrato un piano d’ascolto del pubblico, in questo caso sono gli esperti [08] che, dopo il racconto, interverranno per dire la loro. Si rimane sulla madre che sta raccontando la drammatica storia e, man mano che si entra nelle parti più dolorose, si resta per più tempo sul suo primo piano.
15 inquadrature in 3 minuti e 35 secondi, quasi il ritmo di “Anno Zero”, poiché l’attenzione deve essere data con più vigore alle tematiche trattate, alle storie raccontate, uso di primissimi piani di lunga durata sull’ospite. Il telespettatore a casa non deve essere distratto da troppe inquadrature che potrebbero spezzare il legame emotivo che si vuole far instaurare tra la persona che sta raccontando una storia e il pubblico che la sta ascoltando.
Musica, scenografia e luci
A volte è presente in sottofondo una musica di accompagnamento durante questo tipo di trasmissioni. Nei programmi che abbiamo esaminato l’abbiamo rilevata solo in “Ricomincio Da Qui”, una musica dolce, che sottolinea la drammaticità delle storie narrate.
Un’altra osservazione la facciamo riguardo alle luci e ai colori dei vari studi. La scenografia e la fotografia sono molto importanti per sottolineare l’atmosfera o la drammaticità, la serietà dei temi trattati. Lo studio di “Ricomincio Da Qui” è rosa e azzurro, a sottolineare atmosfere affettuose e intime, la luce è diffusa; apparentemente simili sono i colori di “Che Tempo Che Fa”, ma c’è una prevalenza di viola, un colore che richiama l’intrigo, che sottende una certa ironia, ironia profusa a piene mani dal conduttore, lo studio è illuminato da luci diffuse e da qualche faretto multicolore diretto verso il pavimento; lo studio di Anno Zero è cupo, prevale il nero, il marrone, colori caldi e seri, a sottolineare al serietà degli argomenti trattati, le luci sono molto contrastate, il pubblico non è illuminato ma solo gli ospiti e il conduttore, facendone risaltare le figure e quindi dando molta importanza alle cose che dicono e alle loro espressioni; lo studio de “Le Invasioni Barbariche” è caldo, prevalgono il beige e il marrone, a creare un’atmosfera familiare e rassicurante, le luci sono anch’esse calde e si abbassano durante le interviste 1:1.
Contributi esterni
Uno o più contributi filmati esterni durante lo svolgimento di un talk show può servire a cambiare argomento e affrontarne un altro, come una sorta di voltapagina, oppure può essere il pretesto di mettere “altra carne al fuoco”, approfondire determinati aspetti del tema che si sta trattando, dar voce ad altre persone che non possono essere presenti in studio, per motivi logistici. Di solito sono servizi della durata variabile (da 2 a 10 minuti, anche) dal taglio giornalistico-reportage. E’ rischioso confezionarli di durate troppo lunghe perché si potrebbe creare un effetto di distrazione nel telespettatore e spezzare il ritmo della discussione/narrazione dello studio.
Conclusioni
Il talk Show, insieme ai reality, è forse il tipo di programma più diffuso e anche apprezzato dal pubblico televisivo odierno. La regia di questo tipo di programma deve essere “invisibile”. La personalità del regista non deve prevalere sull’argomento e sulle tematiche affrontate. Ritengo che, complessivamente, la regia di questi programmi, su tutte le reti in cui è possibile guardarli, sia ben fatta. Una cosa che non mi piace e che trovo inutile e sbagliata, grammaticalmente, sono le dissolvenze, brevissime, utilizzate per passare da un primo piano all’altro durante un momento di racconto di una storia: l’azione che si svolge in studio ha una continuità di luogo e tempo e l’intento di “ammorbidire” gli stacchi da una inquadratura all’altra, a mio avviso, deriva, oltre che da una “moda”, da insicurezza da parte del regista, da una scarsa fiducia nella capacità di concentrazione degli operatori di ripresa e della prontezza del tecnico al mixer video. Insomma, se stacco durante un movimento “brutto”, con la dissolvenza limito il danno. Un’altra cosa che non mi piace è riempire la scenografia dello studio di schermi, in tutti gli angoli e posizioni, inquadrandoli mentre scorrono immagini insieme all’ospite che parla: lo trovo un tentativo di movimentare la scena che dà come resa solo confusione e distrae il telespettatore dal seguire il discorso.
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 Pross. > Fine >> |