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Affrontare in poche righe la spinosa questione del cinema indipendente non è compito facile.
L’accezione stessa di cinema indipendente è spesso fonte di incomprensioni e malintesi, cercare dunque di fare un po’ di chiarezza si impone.
Il cinema è arte (forse) dovrebbe, quindi, già di per sè essere indipendente. Libera e indipendente espressione di un individuo. Non è così, o almeno, non è così sempre. E questo, non solo perché il cinema dipende da relazioni tra gli individui e non è quasi mai espressione libera e indipendente di un unico soggetto, ma perché il cinema, oltre ad essere arte, è mercato. Ed è mercato più di qualunque altra forma d’arte. A livello industriale, il settore del cinema indipendente si estende dagli estremi di una cinematografia a basso costo (mai a costo zero) fino ai margini di Hollywood. E’ dunque necessario sfatare da subito l’idea romantica, e peraltro assai diffusa, che il cinema indipendente è una “categoria” di cinema che non prevede costi di produzione e diffusione, un cinema per tutti e alla portata di tutti. Non è così. Il basso budget non è, infatti, una costante nel cinema indipendente ed esso non può essere considerato come l’elemento che qualifica un film come il prodotto di un cinema indipendente. Basti considerare che tra le pellicole tecnicamente indipendenti ci sono dei blockbuster di Hollywood come Terminator 2: il giorno del giudizio e Basic Instinct, prodotti dall’indipendente Carolco. Il fattore economico, quindi, non è in grado da solo di qualificare un cinema come Indipendente. Ma se un film non può essere definito indipendente in virtù dei soldi che sono stati spesi per crearlo, può essere definito indipendente in virtù della provenienza di questi soldi. Cerchiamo di capire meglio: Il cinema indipendente nasce come lotta. Lotta contro il potere delle grandi major americane, e ancor prima, il termine indipendente, nasceva per designare l’attività di quei produttori che operavano all’ombra delle tre società che dominavano l’industria cinematografica del primo decennio del Novecento (la Edison, la Biograph e la Vitagraph). Il termine “Indipendente” ha avuto connotazioni piuttosto dissimili nei diversi periodi della storia del cinema, basti pensare che negli anni trenta significava più o meno “qualcosa meno della spazzatura”. Attualmente, invece, definiamo Cinema Indipendente quel cinema fatto da film prodotti senza l’ausilio di una grande casa di produzione. Film nei quali la unica costante che possiamo individuare è la libertà espressiva mantenuta dal regista. Eventualità che assai spaventa i grandi studi, che preferiscono girare alla larga da film sperimentali e da film con basso riscontro al botteghino. Un cinema meno condizionato dalle esigenze di mercato è anche un cinema che gode, in linea di principio, di una maggiore libertà. Ed è questa ”libertà” la forza del nostro cinema indipendente, un cinema che si apre a nuove vie, nuove sperimentazioni visive e narrative. Un cinema che è riuscito a produrre alcuni tra i film più interessanti degli ultimi decenni, da Sesso bugie e videotape, a Crash, contatto fisico e molti molti altri ancora.
Spesso abbiamo sentito parlare di film indipendenti a costo zero. Precisiamo da subito che “costo zero” è uno specchietto per le allodole: nulla ha “costo zero” figuriamoci la macchina cinema! Più corretto è parlare di film indipendenti a basso costo, ma che significa realmente a basso costo? Giusto per farsi un’idea: fino agli anni ottanta, girare un film a basso costo voleva dire spendere una cifra che si aggirava tra i 500.000 e il milione di dollari, cifre per le quali era possibile ottenere un finanziamento nel settore indipendente. Le cose mutarono radicalmente all’inizio degli anni novanta, un po’ in seguito ad una grave crisi economica del settore, e un po’ in quanto il successo di alcuni film a microbudget – primo tra tutti El Mariachi per il quale vennero spesi solo 7000 dollari - rivoluzionò il mercato.
Sulla rivista “Filmmakers” Peter Broderik fece una analisi precisa delle componenti che avevano permesso di realizzare questo- ed altri- film a costi così contenuti. Da questa indagine emerge che Il modello proposto da El Mariachi si fonda sul connubio di una serie di elementi tutti volti a mantenere bassi i costi di produzione: dalla creazione di una sceneggiatura elaborata in base alle risorse già disponibili, all’impiego di un cast ridotto ed impegnato e a quello di una troupe disposta a lavorare senza salario, con soltanto la promessa di un pagamento differito in caso di futuri profitti, per arrivare poi ad un basso numero di riprese e all’uso di un equipaggiamento preso a prestito. Una produzione fatta in questo modo può costare decisamente poco. Ma poi? Quale è il senso, se può esserci un senso, in un cinema che non ha fruizione? L’impresa di riuscire a far sì che i film Indie siano visti dal pubblico implica costi molto più alti di quei 7000 dollari impegnati da Rodriguez. Completare un film fino allo stadio sufficiente per assicurarsi un contratto con un distributore è una cosa (e si possono spendere anche solo 7000 dollari) ma avere un film pronto e nella condizione di essere proiettato o diffuso tramite dvd è ben altra cosa. Certo è che il completamento di El Mariachi con solo 7000 dollari fu una grande sfida, ma quante altre migliaia di dollari si sono sovrapposti a questi 7000 perché noi potessimo vedere quel film? Con il suo microbudget Rodriguez fece una versione originale che non includeva nemmeno una stampa a 16 mm del film. Un riversamento a 16 mm gli sarebbe costato circa 20000 dollari, tre volte quanto aveva speso per il suo film! La cifra però non è ancora completa, budget di questo tipo devono essere moltiplicati ancora tante e tante volte affinché un film possa passare alla distribuzione per arrivare sul mercato. Dovrà essere gonfiato a 35 mm, se non si vuole che resti circoscritto al mercato ristretto del 16 mm, e poi i costi dei diritti musicali, quelli per il missaggio, e tutte le altre spese di laboratorio... da un calcolo fatto da John Pierson pare che per portare sul mercato il film di Rodriguez si spesero circa 100 000 dollari. A questo punto è legittimo domandarsi quanto valore ha il piccolo investimento di 7000 dollari fatto da Rodriguez in questo panorama. Semplicemente scompare.
Calcoli ancora più elevati sono quelli ipotizzati dal produttore James Schamus che ha valutato un costo approssimativo tra i 300000 e i 500000 dollari per far uscire nelle sale un film a “COSTO ZERO”.
Ma a questo punto sorge una domanda: l’innovazione tecnologica degli ultimi anni può appianare (sia per quel che riguarda la produzione sia per quel che riguarda la distribuzione) queste cifre? Certo, a volte può, ma a un caro prezzo! Ora, a partire dagli anni ottanta, con la diffusione sul mercato delle prime videocamere, e ancor di più in seguito, con il video digitale, la distribuzione online e l’uscita dei prodotti su dvd, gli orizzonti del cinema indipendente si sono allargati a dismisura. La nuova tecnologia ha offerto a giovani cineasti la possibilità di emergere al di fuori delle politiche del profitto dei grandi distributori. E se questo è un dato di fatto certamente positivo per il nuovo cinema, perché in linea di principio grazie alla tecnologia digitale girare un film indipendente non costituisce più una impresa economicamente troppo impegnativa e un film così fatto può essere trasmesso sul web a costi di mercato che non hanno nulla a che vedere con quei 500.000 dollari ipotizzati da Schamus, è pur sempre vero che c’è anche il rovescio della medaglia, ovvero che il cinema si fa in Sala. E noi potremmo anche vedere il Giudizio Universale di Michelangelo in un qualche museo di Bratislava (ammesso che riescano a portacelo) ma non sarà mai come guardarlo nella Cappella Sistina.
Ma non è questo, purtroppo, il peggior "altro lato della medaglia". Il cinema a basso costo di produzione e diffusione, porta con sè una realtà molto più amara, ovvero che oggi ci troviamo ad essere sommersi da una valanga di materiali fatti da mani inesperte – per non dire incapaci- materiali che vengono giustificati dai loro autori solo in quanto “film indipendenti” e il cui effetto è stato quello di affermare l’importanza di filtri come festival prestigiosi (e fin qui niente male) ma anche agenti, produttori e budget sempre più elevati. Perché nel caos informe di tutti i materiali audiovisivi prodotti negli ultimi anni, ci sarà sempre più bisogno di una discriminante, di un occhio critico capace di riconoscere, di separare ciò che può essere cinema da ciò che è spazzatura, e purtroppo negli ultimi anni quest’ultima continua a crescere a dismisura proteggendosi sotto l’ombrello del falso nome di Cinema Indipendente. Ma questo stato di cose non è colpa dei giovani apprendisti “filmmakers”: questi sono solo vittime della grande illusione del nuovo cinema, un cinema che ci ha illuso di essere a buon mercato, un cinema che ancora ci illude di essere per tutti e alla portata di tutti. La nuova tecnologia da sola può fare cinema nella stessa misura in cui un neurone fa un cervello umano. Quindi un invito a tutti: facciamo con gioia ed entusiasmo i nostri prodotti audiovisivi e andiamone fieri (se è il caso, e anche se non lo è) ma chiamiamo le cose con il loro nome, perché il cinema indipendente è il cinema indipendente, non qualche cosa meno della spazzatura. |