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Descriveremo, in questo articolo, l’iter produttivo di un documentario nel mondo
professionale televisivo, dall’ideazione alla realizzazione tecnica. Un percorso che
può essere seguito, con i dovuti ridimensionamenti, anche da chi non lavora nel
settore ma si cimenta per suo diletto in questo campo.
I fondamentali
Oggigiorno si
producono sempre meno documentari in pellicola per una fruizione nelle sale cinematografiche. La gran parte
della produzione documentaristica mondiale è appannaggio dei grandi network
televisivi, NATIONAL GEOGRAPHIC, BBC, FRANCE 3, DISCOVERY, per citare i più
importanti – e ci dispiace di non poter annoverare la RAI tra questi nomi dato
che si limita, spesso, solo a comprare o, al limite, a coprodurre, non
valorizzando a pieno le risorse interne per svariati motivi e soprattutto, le
poche produzioni sono per una diffusione nazionale e non pensate per una
vendita anche all’estero. Esistono anche miriadi di piccole e medie case di
produzione che, pur non possedendo enormi risorse economiche, tuttavia sfornano
prodotti rispettabili. La pezzatura preferita rimane quella dei 45-55 minuti ma
esiste una grande produzione anche di pezzi da 20-25 minuti o serie da 10-12
minuti (come “Il Faut Pas Rever” di France 3). Gli argomenti sono i più
svariati: storia, natura, popoli, archeologia, scienza e tecnologia, cronaca,
spettacolo. Realizzare un documentario necessita, soprattutto, di un grande
lavoro di ricerca. Un documentario mostra qualcosa (o qualcuno) e lo racconta
per quello che è, senza falsità, senza moralismi, informando lo spettatore e
cercando di conservare uno sguardo obiettivo. Il tutto con una confezione
gradevole e mai noiosa. Per usare un parallelismo letterario, se un film è come
una poesia, un documentario è prosa. Poesia è reinterpretazione della
realtà, prosa è descrizione più o meno fedele.
Parlare di obiettività potrebbe sembrare ingenuo e ne siamo consapevoli (e
questo articolo, per prima cosa, non vuole avere la presunzione di essere
obiettivo) in quanto tutto quel che ci
circonda è filtrato dal nostro carattere, dal nostro vissuto, dalle nostre
convinzioni, anche politiche, dalla nostra umanità, in sostanza. Tuttavia, è d’obbligo sforzarsi di mantenere
un certo rigore intellettuale, soprattutto nel trattare alcuni temi, mostrare
la tesi ma anche l’antitesi, nella giusta misura. Alcune linee di pensiero
affermano che, in quanto opera d’arte il documentario è visione soggettiva e
non oggettiva della realtà. Documentario è documentare una realtà, la tua
realtà, mai una realtà universale, lo sguardo del regista è sempre sguardo soggettivo. Si può concordare o meno, in
generale, su questa linea ma, di fatto, una distinzione occorre farla per il
sottogenere storico, in quanto la storia è già di per sé interpretazione dei
fatti mentre il livello di interpretazione soggettiva del comportamento di un
lupo è già più scevro da condizionamenti socio-politico-culturali.
Uno dei traguardi importanti del documentario
è, inoltre, quello di far nascere curiosità e voglia di approfondire
l’argomento raccontato. In parole povere, dopo aver visto un documentario lo
spettatore dovrebbe saperne qualcosa di più dell’argomento, dovrebbe avere
voglia di approfondirlo per conto suo e dovrebbe esserne rimasto colpito emotivamente
o, perlomeno, la sua sensibilità estetica dovrebbe esserne stata gratificata
minimamente.
La destinazione preferenziale, oggi, sono i canali TV, sempre più quelli tematici
satellitari, e la distribuzione in DVD ma non mancano eccezioni. Pensiamo a “Bowling
for Columbine”, sui fatti di cronaca drammatici di una scuola negli Stati Uniti
e “Farenheit 911”, ancora di Michael Moore, un’analisi sui fatti dell’11
settembre dal punto di vista non istituzionale, per esempio, o a “Microcosmos”
di Claude Nuridsany e Marie Perennou, 24 ore di osservazione “faccia a faccia”
della fauna dell’erba, “Quando eravamo
re” (When We Were Kings), regia di Leon Gast sulla storia del pugile Cassius Clay, “La
Storia del cammello che piange”, di Luigi Falorni e Byambasuren Davaa, su una
piccola comunità della Mongolia del sud, “Profondo Blu” dei registi Alastir
Fothergill e Andy Biatt, sul vasto e misterioso mondo dell’oceano, opere
diversissime tra loro che hanno avuto un grande successo nelle sale cinematografiche, oltre ad aver
vinto molti prestigiosi premi. Questi documentari, ciascuno con la propria originalità,
hanno fornito delle informazioni, raccontato delle storie vere, di gente o di
animali o di avvenimenti, hanno proposto tesi e antitesi, hanno veicolato
sensazioni. Temi diversi, tecniche di ripresa e montaggio diversi ma lo stesso
obiettivo: informare ed emozionare.

Una tendenza stilistica attuale,
specialmente per i documentari a tema storico, è quella di inserire nella
narrazione delle ricostruzioni. Si sceneggiano alcuni episodi accaduti
realmente nel passato per farli rivivere e renderli più appetibili. Una
caratteristica di queste produzioni è che insieme ai dialoghi recitati,
generalmente pochi, c’è la voce di un narratore che sintetizza e spiega lo
svolgimento delle azioni e dei fatti. Questi documentari vengono (volgarmente)
chiamati docu-fictions.
Una precisazione che occorre fare, citando titoli molto conosciuti, è
questa: trasmissioni come SUPERQUARK, PASSAGGIO A NORDOVEST, GAIA, ULISSE,
VOYAGER, LA MACCHINA DEL TEMPO, per esempio, presenti sui nostri maggiori
network nazionali, non sono da considerare documentari. Sono programmi che
utilizzano al loro interno dei documentari come scheletro e filo conduttore ma
non possono essere chiamati documentari.
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