Il nostro Marcopac intervista Lucio Basadonne e Michele Vaccari ovvero i realizzatori del mediometraggio Teosofia, visibile nella nostra sezione ShowCase. Di seguito una breve biografia dei due filmmakers:
Lucio Basadonne: grafico pubblicitario, operatore e montatore, Lucio si occupa di produzioni video e preparazione di contributi multimediali per Internet.
Michele Vaccari: direttore editoriale della collana “Wanted” per Bevivino editore, direttore editoriale della collana “Econoir” per Edizioni Ambiente, consulente editoriale per Chinaski Edizioni, insegnante per la Scuola Holden, presso la quale ha frequentato il Master in Tecniche della Narrazione. Ha pubblicato racconti e saggi per Zandegù Edizioni, Meridiano Zero, Chinaski, Bevivino, Lampi di Stampa. È laureato al DAMS di Imperia. È agnostico, ma crede in Errico Malatesta, qualsiasi cosa abbia detto.
CC: Come è iniziato tutto? Da dove è nata, insomma, l’idea di girare un mediometraggio su un amore internettiano così folle?
Lucio: A dire il vero è nata prima l'idea tecnica. Lavorando in giro come operatore in eventi musicali, mi sono reso conto di quanto merda la gente produce, tonnellate di foto e video che non interessano nessuno se non chi le ha prodotte. Mi sono chiesto se fosse stato possibile dare un senso col montaggio ad una serie di video-detriti e la chat, con le sue varie fasi era il modo giusto per calare lo spettatore nel nostro frullato visivo. La scrittura vera e propria è avvenuta poi in chat con Michele.
Michele: L’idea è di Lucio, le frasi sono della gente. Tempo fa ho anche messo assieme un mezzo libro di dialoghi da chat. Non c’è nulla di folle, in Teosofia, a parer mio. Credo che la gente comune si innamori troppo facilmente delle proprie inibizioni a tal punto che spesso si trasformano in eroi della pruderia per tentare di soffocare il proprio lato oscuro, che di oscuro in realtà non ha niente. E’ solamente spiazzante e politicamente scorretto vedersi completi come il Medardo, ma non siamo altro che noi con in più la nostra metà scomoda.
CC: C’è una forte volontà di “politicamente scorretto” in questa opera. E’ solo urgenza di realismo, oppure è un preciso sentimento che nutrite verso il perbenismo?
Lucio: Ma in chat si è anche molto più estremi. Nessuno si stupisce se si trova un cazzo davanti alla webcam con qualcuno che ti alita sul microfono “Ti supplico, fammi vedere la figa”. E' una cosa normalissima. Ma non l'avevamo mai vista in un film. Ritengo quindi il linguaggio di Teosofia realistico anche se un po’ sopra le righe. Ma vale la regola: “Moderation kills the spirit” o, se preferite, “people are boring unless they are extremists”.
Michele: E’ ciò che ti dicevo poco fa. Politicamente scorretto è solo un modo per chiamare noi stessi. Tutti siamo politicamente scorretti in potenza. Alcuni si violentano e ci rinunciano. Noi, invece, amiamo comportarci di natura e mostrare la natura dell’uomo in tutto e per tutto, nelle sue vicissitudini reali, senza i filtri delle massonerie ecclesiastiche, governative o sociali. Finché ce lo lasciano fare, noi facciamo i manieristi del vero.
CC: Il film è diviso nettamente in due parti: la prima, ambientata nel cyberspazio, dove per antonomasia tutto è possibile, e la seconda, ambientata nella realtà, dove nel vostro caso succedono cose ancora più surreali. I rimandi che vengono in mente sono l’ultimo Kubrick, Verhoeven… Però gira la voce che quella filmata fosse una vera festa. Come sono andate le cose realmente?
Lucio: C'è un cambio di registro linguistico e di recitazione abbastanza evidente.
Una cosa che a chi non bazzica le webcam non è andata giù, è le recitazione iniziale. Ma in chat è così: si parla chiaro, si scandiscono le parole, si fanno pause teatrali eccetera. Infatti quando i protagonisti si incontrano c'è un altro modo di rapportarsi: le voci (e i mezzi visivi) si accavallano l'un l'altro componendo la realtà della storia di Teo e Sofia.
Quanto alla web-party sì, abbiamo realizzato una vera e propria festa e oltre metà del budget del film è finito in birra. Dopo una breve imbarazzo iniziale la gente non faceva neanche più caso ai ciak. Chi scopava in sala, chi rovesciava i crocifissi nelle stanze... Le musiche di scena poi, loopate all'infinito, hanno contribuito a creare un atmosfera malsana e ipnotica che ci ha aiutato non poco. Gli invitati poi dovevano portare una telecamera e riprendersi. Nel film, Il loro materiale da loro prodotto è diventato gli insert video che si sovrappongono al plot primario.
Michele: Il comune ci ha dato questo ospedale. Abbiamo chiamato una trentina di reietti, il peggio che potevamo conoscere, i nostri più cari amici insomma. Un centinaio di birre e un po’ di cibo per chi avesse pensato che era una vera festa. Alle due, nonostante il caldo e il buio delle finestre oscurate c’erano 60 persone. La metà della gente credeva fosse una festa vera e si è rinchiusa, quando l’ha ritenuto necessario, nelle stanze abbandonate a scopare, pippare (sniffare ndr), riprendersi, molti ci hanno ascoltato e si sono fatti dei video. Volevamo unire il meglio di ciò che ci sarebbe stato riconsegnato, ma la gente ha preso tutto troppo per scherzo, si sono divertiti troppo dimenticandosi la funzione del loro “sconvolgersi”. Peccato. Tre quarti del materiale autoprodotto, l’abbiamo dovuto cestinare. La cosa figa, a livello sociologico, è quanto poco possa bastare per far accoppiare degli sconosciuti ancora in forma, quindi né ingoiati, né decrepiti: un centinaio di birre, la scusa di un mediometraggio, l’adrenalina mai compresa di essere in un filmato che non si sa dove andrà a finire ma, questo è quasi certo, non darà né gloria né fama. Anzi.
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