|
Pagina 2 di 2 Il killer ha un suo piano, è evidente che sta facendo il doppio gioco. E sembra che per metterlo in opera abbia bisogno di un’esca, un certo Nick, giocatore sul libro paga di entrambi i boss. Sfortunatamente nell’appartamento dove gli sgherri, prima di uno poi dell’altro Gangster, vanno a cercare Nick trovano Slevin (Josh Hartnett), un suo amico, che era andato lì a trovarlo. Nessuno dei due boss gli crede, ciascuno reclama il suo debito, che naturalmente il ragazzo non può pagare. Gli viene chiesto di uccidere per avere salva la vita.
Per più di due terzi del film siamo portati ad empatizzare con questo inerme ragazzo che sembra non avere colpe. In realtà l’empatia in questo caso non funziona un gran che, il ragazzo sembra poco propenso a togliersi d’impaccio, o meglio lo fa con scarsa convinzione. Sembra incapace di mostrarsi emotivamente coinvolto in qualsiasi cosa, anche se si tratta della sua stessa sopravvivenza. Ciò non di meno Slevin è messo così male, travolto dagli eventi, che siamo comunque portati a sperare che in qualche modo se la cavi.
Smilovic si è preso il lusso di raccontarci come ci avrebbe beffati, nel momento stesso in cui lo faceva. Lo sceneggiatore ha fatto al suo pubblico una stupenda Mossa Kansas City.
Per riuscivi però ha dovuto infrangere una regola. Per tre quarti del film abbiamo empatizzato (debolmente a dire il vero) con l’uomo giusto ma per i motivi sbagliati. Solo quando abbiamo capito la natura della sua azione, le motivazioni che lo conducevano a svolgerla, mentre legavamo un Taeser di cui ci eravamo quasi dimenticati, tanto era lontano nel tempo, con un finale scoppiettante e pieno di pathos, solo allora abbiamo veramente amato quel ragazzo godendo della sua vendetta.
Nonostante la macchinosità dell’ordito in Slevin – patto criminale – tutto torna. Il film è seminato di continuo con particolari (l’abilità di lanciatore del bambino, l’orologio, ecc.) che si ritroveranno e si giustificheranno a vicenda senza lasciare adito a dubbi di sorta. Slevin è la conferma che le regole sono fatte per essere infrante, se le si conosce e se è chiaro dove ciò ci condurrà e perché lo facciamo. La trama intricata sorregge e pone in secondo piano la scarsa empatia che proviamo per un personaggio così poco motivato. Ma sarà proprio la venuta alla luce delle vere motivazioni del protagonista a dare la svolta, decisiva e inaspettata, all’ordito; e a donare vero spessore a questo personaggio, aumentando a dismisura la nostra empatia nei suoi confronti. L’alchimia è complessa, una trama troppo debole accoppiata ad un personaggio così poco motivato ci avrebbe allontanati definitivamente dal film. D’altro canto, se la vera motivazione di Slevin fossero state canonicamente rese note sin dal principio non ci troveremmo di fronte ad “un caso da studiare”. Monsieur Smilovic conosceva i rischi e ha accettato la sfida, vincendola. Che dire, chapeau!
<< Inizio < Prec. 1 2 Pross. > Fine >> |