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Cronaca di un Seminario - Il Produttore Translate in English Stampa E-mail
di roybatty   
giovedì 14 dicembre 2006

 

Terzo Incontro - 13 Dicembre 2006



 

Nel nuovo incontro del seminario alla casa del cinema di Villa Borghese, a Roma, presieduto da Ettore Scola con la presenza di Gianluca Arcopinto (Pablo film) , si è parlato della figura del produttore.


Come da prassi l’incontro è cominciato con la visione di un film, Il Caricatore (1997), prodotto dalla Pablo film.
Mi soffermo un attimo su questa pellicola, ai più sconosciuta, e che mi sento vivamente di consigliare. Racconta delle vicissitudini di un trio di aspiranti cineasti (Boccia Film) e delle peripezie che dovranno affrontare per dare alla luce la loro opera prima. Il tutto narrato con uno stile surreale e originalissimo. Il film è ora disponibile in DVD.

Finita la visione del film Arcopinto ce ne racconta l’originalissima genesi. Tutto parte da un cortometraggio (i primi dieci minuti del film) e dalla volontà degli autori, sposata con entusiasmo dal produttore, di trarne un lungometraggio. Partiamo da un dato di fatto, la quasi totalità dei produttori italiani  sostanzialmente operano così: trovato un progetto e ipotizzato un cast si rivolgono alle tv (Rai, Mediaste, Sky) e/o al ministero per racimolare i soldi che garantiscano la copertura del progetto(di solito la soglia è del 120%), se l’operazione riesce il film si fa, altrimenti viene cestinato. Arcopinto è tra i pochi, se non l’unico, a non entrare all’interno di questo modus operandi che porta con se il germe dell’omologazione: alla fine in Italia sono le solite 10 persone a decidere quali film si faranno e quali no. Un piccolo capolavoro come Il Caricatore non avrebbe mai trovato spazio all’interno della realtà appena descritta. Il patron della Pablo film si muove su piccoli budget, rischiando in proprio, indebitandosi, e avendo a disposizione ben pochi paracadute.
Detto questo lo stesso Arcopinto (che ammette candidamente di essere comunista) si imbarazza quasi nel dover giustificare il logo di mediaset alla fine dei titoli di coda. Un cruccio che quasi non si perdona, dovuto comunque ad una conoscenza personale risalente ai tempi della sua esperienza nel centro sperimentale di cinematografia, e che comunque non ha in nessun modo prodotto ingerenze sul prodotto pur coprendone il 75% delle spese. Grazie a questa pellicola, che non è la prima ad essere stata da lui prodotta, ma la prima ad aver avuto un certo eco, Gianluca Arcopinto racconta anche di aver visto realizzato un suo sogno.

Nanni Moretti, un suo modello dai tempi di Ecce Bombo, dopo avergli in un primo momento massacrato il film, non solo gli ha consentito una distribuzione in sala grazie alla Mikado (il film a Roma andò benissimo) ma gli conferì, proprio in virtù de Il Caricatore, il Sacher d’oro come miglior produttore in quella stagione. L’intervento di Scola sul ruolo del produttore, quello vero, quello all’Arcopinto, tende a rivalutare una figura che negli ultimi anni ha assunto sempre più le sembianze del questuante.
Il produttore vero secondo Scola è componente fondamentale, se l’autore è il padre del film il produttore secondo Scola ne è sicuramente la mamma. In quanto a differenza delle altre professionalità che ne consentono l’esistenza: sceneggiatore, montatore, direttore della fotografia ecc. Il produttore è l’unico assieme al regista ad avere in mente solo ed esclusivamente il bene del film, mentre a volte accade che altre professionalità pensino specificatamente al loro orticello senza salvaguardare il campo. Ciò accade spesso quando questi artisti sono delle prime donne, e qui Scola manda un invettiva nei confronti di Storaro, che mai vorrebbe come direttore della fotografia, in quanto a suo avviso narcisista e capace di generare un solo tipo di fotografia che non si adatta, come dovrebbe, alle esigenze dell’autore.
Quindi Scola delinea nel rapporto, spesso combattuto, tra produttore e regista; l’asse di ferro che determina la riuscita del film.Arcopinto quando viene invitato a parlare della sua carriera reclama orgogliosamente di essere l’unico forse in Italia ad aver fatto una gavetta che era propria dei produttori di una volta, che provenivano, come ha fatto lui, dalle figure organizzative presenti sul set. In questa sua conoscenza del set Arcopinto indica il motivo principe per cui riesce a ottimizzare i costi come pochi.
La situazione produttiva italiana descritta da Arcopinto per chi desideri fare produzione indipendente è desolante. E negli ultimi 5 anni è addirittura peggiorata, da quando Tele +, che investiva anche su progetti coraggiosi, ha lasciato il campo a Sky che si è completamente allineata con la filosofia Rai/Mediaset. 
Scola, quando alla discussione si aggiunge anche Arlorio , inizia insieme a lui a passare in rassegna una serie di produttori storici del cinema italiano. Qui cito l’esempio di Rovere, mobiliere ignorante e un po macchietta, ma con un incredibile fiuto per il cinema. Fu lui a far debuttare Fellini ne Lo Sceicco Bianco, un Fellini riluttante che avrebbe voluto solo scrivere a cui Rovere disse:”Ho capito che tu sarai un grande regista…da come mi hai chiesto i soldi!”.
Arcopinto in una situazione desolante come quella descritta ha per il momento perduto una battaglia, rinunciando alla distribuzione che la Pablo fino a poco tempo fa curava, ma non la guerra. Confessa di stare cercando il modo di portare il suo cinema a quei 27 o 32 spettatori che di tanto in tanto lo aspettano in questa o quella sperduta località dove la sala più vicina è a 100Km, fino a che ci saranno quei 27…vale la pena di tentare.
Il problema della distribuzione è quanto mai annoso, infatti anche la dove si riuscisse a produrre un film al di fuori dei circuiti canonici, questo non riuscirebbe poi a trovare un canale distributivo. Ne è la prova provata la rieducazione, film evento a Venezia, costato 500 euro e che in un paese civile avrebbe dovuto avere una possibilità in sala, che neanche il clamore provocato su lido è riuscito a consentirgli.
La luce che intravede Arcopinto, e la speranza che con cui ci lascia, viene dalle realtà locali, dalla situazione piemontese, dal lavoro impostato da Vendola in Puglia e più in generale da questo localismo che sembra offrire al cinema indipendente una via di fuga. Non è altrettanto ottimista sulla svolta del digitale, che a suo avviso ha portato con se troppa facilità(parla dei cortometraggi)  e quindi approssimazione. Scola concorda: “il lavoro del regista è nello scegliere, se metti la macchina ovunque perché non costa nulla non scegli quindi non fai il regista.”

 

4° incontro