
Vorrei focalizzare la mia attenzione sul perché un film colossal, costruito per essere un campione di incassi, sia invece risultato un flop commerciale e contemporaneamente sia diventato un film cult. Nella sceneggiatura più che altrove a mio avviso va individuata la causa, che è di tipo strutturale e non quindi rimediabile, come sperava la produzione, con l’introduzione di un consolatorio happy end.
Lo script tratto dal libro di
Il primo atto ci delinea l’ambientazione spazio temporale (qui particolarmente importante), i personaggi principali e naturalmente ci presenta l’evento scatenante che arriva anche prima dei 7 minuti canonici: degli androidi pericolosi sono scappati da una colonia extramondo e sono in fuga sulla terra. Questa prima parte si conclude con il no tourning point: Deckard decide di cedere alle pressioni del capitano di polizia, ritirerà i quattro lavori in pelle.
Il secondo atto è caratterizzato da un plot principale che segue due direttrici: da una parte i replicanti cercano di poter incontrare il loro “creatore” Tyrell, dall’altra Deckard cerca i replicanti per eliminarli. Naturalmente non manca il subplot costituito dalla storia d’amore tra Deckard e Rachel. Anche in questo caso l’impianto è classico, il subplot fa quello che deve fare, sostiene la storia làddove è necessario e nel suo culmine influisce nella trama principale. Questo secondo atto termina con l’uccisione da parte di Roy Batty di Tyrell, e con la conseguente scoperta da parte di Deckard del covo dei replicanti. Nel
terzo atto, quindi, tutti gli elementi per dar luogo allo scontro finale sono sul tavolo: Deckard uccide la bella Pris e affronta Roy Batty in un duello che lo vedrà soccombere e risorgere, per poi fuggire con la sua amata. Se tutto è così “canonico” dove è quindi la particolarità di questa sceneggiatura? Nello spostamento dell’empatia.

Lo spettatore sin dal principio è “portato” a identificarsi con Deckard, sebbene i fatti siano presentati da entrambi i punti di vista, quello dei replicanti e quello del cacciatore, non c’è dubbio che per tempo e modi le ragioni di quest’ultimo siano preminenti. Eppure ecco che nel terzo atto accade l’imprevedibile, quello che secondo i manuali di sceneggiatura non dovrebbe mai accadere: l’empatia dello spettatore passa da Deckard (che ha appena ucciso a sangue freddo la bella Pris) a Roy Batty, amante addolorato, che però in punto di morte preferisce la vita alla vendetta. Ed è proprio in questo transfert emozionale tra protagonista e antagonista che va cercata la ragione dell’insuccesso commerciale di Blade Runner nel 1982, occorreva un pubblico particolare per reggere a questa anomalia, e questo non poteva essere il grande pubblico, quello degli incassi milionari che alla Warner si aspettavano. Non che un antagonista non possa evolvere durante un film, ci sono tanti cattivi nella storia del cinema che finiscono per essere buoni magari proprio salvando la vita al proprio nemico, ma di solito il protagonista in questi casi è talmente algido ed inattaccabile da non correre pericoli di leadership. Invece, dopo la visione di Blade Runner ci si sente, chi più chi meno, come si dovrebbe sentire in questi giorni un sostenitore della Juventus, con l’impressione di aver tifato a lungo per la squadra sbagliata. La motivazione di questa scelta coraggiosa da parte degli sceneggiatori affonda le sue radici nella volontà di restituire l’atmosfera del romanzo di Dick, pervaso dall’impossibilità di distinguere il vero dal falso, il giusto dallo sbagliato, dove nulla è ciò che sembra. Chi è umano e chi replicante? Chi è buono e chi cattivo? Chi è Dio? Tutto ciò è mirabilmente trasposto cinematograficamente dall’espediente di cui abbiamo discusso in precedenza. Senza questo transfert il senso più profondo del film, la sua dimensione mistica (innumerevoli i richiami anche iconografici al cristianesimo, come i chiodi nelle mani di Roy Batty figlio del Dio della biomeccanica che si sacrificherà per salvare
l’uomo? Deckar) tutto ciò, sarebbe andato perduto, come lacrime nella pioggia…E avremmo avuto il solito film di fantascienza, con qualche milione in più al botteghino, ma sicuramente non in grado di segnare l’immaginario collettivo di generazioni com'è riuscito a Blade Runner e prima di lui ad un capolavoro del muto come Metropolis.